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Messaggio Da Valentina Cavera il Lun 27 Mag 2019, 17:12

Tre artisti e il loro viaggio nella fotografia:

Subimal, Johnny Pixel ed Esther Sadré

L’occhio dell’invisibile. Le rivelazioni fotografiche di Subimal
Gli scatti in bianco e nero di Alfredo De Joannon in arte Subimal (Milano, ’66) conducono lo sguardo del visitatore lungo le strade delle città, da una parte puntando l’obiettivo su soggetti architettonici ben precisi, dall’altra divenendo specchio del rituale passaggio del quotidiano in veste di street photography.

Una selezione d’immagini della sua retrospettiva per riuscire a carpire la meta a cui mira questo artista lombardo che, ispirandosi alle città invisibili di Calvino, da voce alle rappresentazioni in potenza mettendo in atto ciò che la realtà desidera rendere manifesto. Il fotografo come del resto sosteneva lo statunitense Ansel Easton Adams, diviene cacciatore d’immagini, strumento, che solo nel momento dello sviluppo sa farsi creatore, costruendo una poetica.

A differenza di autori come Henri Cartier-Bresson per il quale “Le fotografie possono raggiungere l'eternità attraverso il momento”, e di quelli come André Kertész che utilizzano lo still-life per so-spendere il tempo, Subimal concepisce questa forma d’arte come estensione di una disciplina spiri-tuale che pratica, come contemplazione, rivelazione di una intuizione anteriore allo scatto. A tal pro-posito Subimal ricorda le parole di Sri Chinmoy, suo Maestro di meditazione riguardo l’arte fotografica: «La realtà interiore può essere visibile sul volto della realtà esteriore. La profondità interiore può essere sentita da un cuore umano. Ogni foto se scattata da un elevato piano di coscienza, rivela una nuova speranza, una nuova aspirazione e una nuova realizzazione, che la Madre Terra custodirà e tesoreggerà».

Astrazioni urbane di Johnny Pixel
Le “Astrazioni urbane” nascono di notte sotto la pioggia, mentre la vivacità della città tra luci, riflessi e suoni non smette mai di prendere corpo: da Melchiorre Gioia a San Babila, dalla Triennale a Piazza Gae Aulenti, passando per Centrale e Garibaldi…
Queste opere fotografiche sono il risultato delle passeggiate solitarie di Johnny Pixel (Milano, 1976), fotografo e artista, mentre si avventura all’interno del territorio milanese, tra le sue strade e i suoi angoli, tra palazzi e fontane, scorci e vedute: un modo nuovo di conoscere la realtà poiché nonostante essa sia fonte d’ispirazione e parte dell’opera stessa, è nello stesso tempo trascesa e rifuggita.
Come farebbe un pittore astrattista, Johnny Pixel prende spunto da un’impressione o un’emozione suscitata dagli oggetti del reale per comporre le sue immagini, ma essendo un fotografo si serve proprio del vero per poi disgregare parte del visivo, creando un miscuglio di verità e sogno, attraverso l’astrazione; quest’ultima per lui è un modo per rappresentare l’interpretazione interiore di ciò che appare agli occhi.
Lavorando con la macchina fotografica sul campo di ricerca ed interagendo con la sua energia creativa dà vita ad altre forme e colorazioni così da allargare la conoscenza del mondo stesso, valorizzando le capacità intuitive e fantastiche dell’uomo: l’uomo che crea e l’uomo che osserva, poiché nell’osservazione nasceranno ex novo emozioni e sensazioni, differenti da quelle pensate dall’ideatore dell’oggetto immaginato. Così come scriveva Licini nel 1935 riflettendo sull’astrattismo, “Dimostreremo che la geometria può diventare sentimento”, con Johnny Pixel le architetture della città vestite dalle sue atmosfere surreali comunicano con l’io interiore
«Quello che amo della fotografia è la possibilità, tramite essa, di poter mostrare al mondo scorci di se stesso colti da un personale punto di vista – racconta Johnny Pixel - ed anche, poter trasmettere ad una persona uno stato quasi inconscio di visione.»

Fotografare la città da prospettive particolari, rendendo macro ciò che è vicino, falsificando la visione di ciò che si proietta sullo sfondo è come ergere un ponte tra l’infinito e il finito, tra realtà e misticismo, tanto da sentirsi leggeri e liberi come una foglia al vento che non cessa di esistere nemmeno se strappata da un ramo.

L’album fotografico di Esther Sadré
Osservando le opere Pop di Esther Sadré, (Modena, ’48) si vivrà un ritorno all’infanzia, oltre che l’amore al femminile in tutte le sue vesti. Collage realizzati con piccoli cammei e pietre, stoffe e lingue di pizzo, scampoli di tessuto ritagliati e incollati su tela, mentre immagini di donne, vere e proprie icone di bellezza, sono adagiate sulla tela a figurazione di un eterno presente.
Produzioni artistiche colte che s’ispirano alla storia dell’arte, a film e libri di cultura generale fanno comparire personaggi come la famosa ragazza con l'orecchino di perla di Vermeer che a sua volta ha ispirato la scrittrice Tracy Chevalier nel suo romanzo omonimo … e poi Frida Kahlo, Marilyn Monroe e volti cinematografici come quello della Cavalieri, preziosa musa di Fornasetti. Del periodo vittoriano Esther coglie lo sguardo di dolcezza, la semplicità e l’abbandono tacito alla vita dei bambini del tempo, che come anche descrive Charles Dickens nei suoi scritti, vivono in un limbo di fragilità, dove la povertà e la trascuratezza rende tutto alquanto difficile

Nel loro insieme i quadretti messi a punto da questa artista modenese prendono le sembianze di un album fotografico dove ogni singola immagine è delineata da una cornice in cui appaiono simboli di tenerezza e rosee apparizioni.

Inaugurazione 28 maggio 2019
Dalle 18.30
Fino al 2 giugno 2019
Studio Mitti
A cura di Valentina Cavera
Alzaia Naviglio Grande 4, Milano
Orari: 15.30—20.00

Valentina Cavera


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